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Università e impresa, prove di dialogo

Protagonisti a Ingegneri@mo i rappresentanti del mondo economico e di quello accademico sul futuro della ricerca

La crisi economica ha scompaginato ordini ed equilibri, frantumato regole, costretto a riprogrammare obiettivi. Indietro non si torna e nulla sarà più come prima. Giunti a questo punto, da dove cominciare perché l'economia riprenda la crescita? Quali e quante frecce hanno al loro arco sistemi produttivi come quello modenese?

Il tavolo dei relatori. Da sinistra Sergio Paba, Giuseppe Cantore, Palma Costi, Pietro Ferrari e Maurizio TorreggianiIl prorettore dell'Università di Modena e Reggio Emilia Sergio Paba, l'assessore provinciale all'Economia Palma Costi, il presidente di Confindustria Modena Pietro Ferrari e il presidente della Camera di Commercio Maurizio Torreggiani, riuniti in occasione della tavola rotonda conclusiva della terza edizione di Ingegneri@mo, hanno dato il loro contributo alla formulazione di alcune risposte.

«Non ci sarà nessuna vera rigenerazione se le università e i centri di ricerca non saranno messi al centro dello sviluppo economico e sociale dei territori in cui si trovano», esordisce Sergio Paba. «La cooperazione fra atenei e imprese deve salire di complessità ed essere più strutturata: finora il fenomeno di collaborazione è soltanto abbozzato. L'unico modo per poter scommettere sul futuro è quello di dotarsi di un capitale umano sempre più specializzato, capace di spingere sui processi d'innovazione».

Modena, dicono le stime più recenti, è una delle ultime province d'Italia per la percentuale di laureati sul totale della popolazione tra i 25 e i 30 anni: al novantaseiesimo posto sulle 107 entità provinciali. «Lo sviluppo frenetico degli ultimi anni», chiarisce Palma Costi, «non ci ha lasciato il tempo per riflettere compiutamente sulle scelte strutturali da fare per il futuro. Oggi però, pur nella sventura di una crisi economica epocale, abbiamo la possibilità di indirizzare i processi di ristrutturazione delle imprese e di rivedere i piani formativi delle università. Il tecnopolo è la risposta più netta e inequivocabile al tema della cooperazione fra aziende e università».

La peggior débacle economica dopo quella del 1929 ha messo in evidenza il pregio del nostro sistema produttivo. «Prima della crisi si diceva che le aziende medio piccole non avrebbero retto», ricorda Pietro Ferrari. «Oggi, invece, scopriamo che sono proprio le pmi ad aver assorbito meglio l'urto. La capacità qualitativa del manifatturiero modenese non è stata scalfita se non in minima parte e sulla scorta di questo piccolo ma determinante successo dobbiamo avere il coraggio di progettare gli scenari economici del domani. Credo, con buona pace di scettici e malevoli, che il know-how tecnologico non abbandonerà mai la nostra provincia: studio, progettualità e ricerca rimarranno ancorati al territorio».

Coraggio, conoscenza, creatività, fortuna e coesione: cinque tessere essenziali, secondo Maurizio Torreggiani, per ricomporre il puzzle della ripresa. «Non esistono rimedi portentosi alla crisi», afferma il presidente dell'ente di via Ganaceto, «ma certo possiamo fare molto per lenirla e superarla, a cominciare dall'innovazione dei processi di produzione e dei mercati, da una tendenza più spiccata all'internazionalizzazione e dall'accettazione di una logica di business che predilige il network».

«Solo costruendo una governance dei centri di ricerca e dei laboratori universitari potremmo fare davvero quel salto di qualità tanto auspicato nel rapporto tra imprese e mondo accademico», conclude Ferrari. «Il trasferimento tecnologico e l'inserimento in azienda, per esempio, di una figura come quella del dottore di ricerca necessitano di essere sistematizzati. Mettiamoci dunque intorno a un tavolo e proviamo a ragionare, valutando costi e opportunità di questa scelta: non è scontato che non si arrivi a trovare una soluzione che gratifichi entrambe le parti».

(25 gennaio 2010)
Argomenti: Formazione