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Romano Prodi striglia Italia ed Europa

«Il Belpaese è schiacciato da debito pubblico, burocrazia, imprese sottodimensionate e mancanza di investimenti dall'estero. Il Vecchio Continente è ancora troppo diviso e frammentato: la Merkel detta la linea, Sarkozy convoca le conferenze stampa»

«Oggi il mondo include 7 miliardi di persone, nel 2050 ne conterà 9». Romano Prodi non ha dubbi: per capire il fenomeno della globalizzazione anche il dato demografico è importante, sicuramente più immediato di tante teorie. «Ogni anno», ha ricordato l’ex premier ospite di Confindustria Modena nelle vesti di professore alla China Europe School di Shanghai e alla Brown University negli Stati Uniti, «si spostano per il globo 200 milioni di migranti. Siamo di fronte a flussi migratori inarrestabili con cui tutti, prima o poi, dovremo fare i conti».

Nel 21esimo secolo un mondo "asiacentrico". Se il 19esimo è stato il secolo dell'Europa e il 20esimo dell'America, il 21esimo sarà un secolo "asiacentrico". «Secondo il premio Nobel Robert Fogel», ha argomentato Romano Prodi, «a metà del secolo la Cina avrà il 40 per cento del Pil mondiale, gli Usa il 15 e l'Ue il 5. Per il momento, al netto di proiezioni e previsioni statistiche, il mondo ci consegna una fotografia assai nitida: gli Usa conservano ancora una leadership mondiale in campo militare ma stanno perdendo posizioni di controllo importanti nello scacchiere internazionale».

Europa in mezzo al guado. E il Vecchio Continente come si sta attrezzando per questa temperie culturale? «L’Europa rimane in mezzo al guado», ha sottolineato il professore. «È ancora la prima potenza economica del mondo, più di Usa e Cina in fatto di esportazioni e ricchezza prodotta. Manca però una politica estera condivisa. L’Europa è ostaggio di un’asimmetria crescente, in prima battuta tra Germania e Francia: dietro l’apparenza di un direttorio franco-germanico si cela una netta supremazia tedesca. La Merkel incontra Obama e detta la linea, Sarkozy fa anticamera e convoca le conferenze stampa. In questa grande ricostruzione del mondo non contiamo nulla nonostante ci siano 7-8 paesi al tavolo del G 20. Gli esempi si sprecano: basti pensare ai focolai di rivolta del Nord Africa, ma anche alla crisi greca. Per le titubanze e i tentennamenti della Germania si è trascinata per le lunghe una vicenda disastrosa dal punto di vista delle responsabilità dei governanti ellenici ma abbordabilissima nell’ottica di una soluzione economica. Non dimentichiamoci che la Grecia costituisce il 2 per cento del Pil europeo».

La locomotiva tedesca. «La Cina ci fa concorrenza sleale falsando sul costo della manodopera?», ha ricordato Romano Prodi, «Impariamo dalla Germania che ha costi del lavoro più alti, ma attira manodopera di qualità e offre condizioni migliori ai suoi neolaureati. Il 27 per cento della produzione manifatturiera europea è “made in Germany”. I tedeschi hanno un surplus commerciale spaventoso: sono loro la vera Cina del mondo»

Italia eterna inseguitrice. «L’Italia è un Paese che ambisce a stare nel gruppo di testa, ma è puntualmente ricacciato nel drappello degli inseguitori», ha sintetizzato Prodi con una metafora presa in prestito dal mondo del ciclismo. «Sono almeno quattro le palle al piede del Belpaese: il debito pubblico, le lungaggini della burocrazia, il sottodimensionamento delle imprese e la mancanza di investimenti dall’estero. La ritirata della nostra impresa si vede anche da un altro aspetto: gli imprenditori hanno smesso di investire nell’innovazione delle loro aziende e si sono buttati a capofitto nel settore immobiliare. Siamo un Paese fermo che ha bisogno di crescita e se è vero che il manifatturiero è ancora la nostra prima scelta dobbiamo ripartire dalle scuole, formando tecnici e ingegneri».

Turchia e Brasile, attenti a quei due. «La filosofia su cui si basa la politica estera della Turchia è spicciola: "nessun nemico intorno a noi". I turchi stanno facendo di tutto per entrare nella comunità europea e credo che prima o poi questo desiderio vada accontentato. Quando si pose la questione turca per la prima volta, io mi dissi favorevole a questa eventualità. D’altro canto i fatti parlano da sé: la Turchia è un ponte naturale sull’area mediorientale ed è un Paese giovane e rampante. Vive ancora sotto una sorta di protettorato russo ma è più forma che sostanza. Lo stesso discorso vale per il Brasile: non rimarrà ancora per molto all’ombra degli Stati Uniti. Sul piano internazionale comincia a godere di stima e crescente fiducia». Guarda la gallery

(08 giugno 2011)
Argomenti: Confindustria