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politica energetica

Tre mosse per non perdere il treno dello sviluppo energetico

Rinnovabili, ottimizzazione dei consumi di energia e centrali nucleari: dalla loro interazione dipende il destino industriale del nostro Paese. Se n'è discusso in un convegno che i Giovani Imprenditori di Confindustria hanno preparato insieme ai colleghi modenesi

Sviluppo delle fonti di energia rinnovabile, efficienza energetica e centrali nucleari: è su questi cardini concettuali che si è imperniata la tavola rotonda "Una politica energetica per la crescita del Paese". Dalla loro interazione, è in buona sostanza la tesi emersa dal dibattito che ha avuto al centro la presentazione della ricerca di Rie, dipende il destino industriale del nostro Paese. L'extracosto dovuto all'approvvigionamento energetico grava sulle imprese italiane per 5-6 miliardi di euro all'anno e la fiscalità applicata sull'energia consumata è il 40 per cento più alta rispetto alla media degli altri Paesi europei. Stando così le cose l'energia è una palla al piede per il sistema economico e produttivo italiano.

Le energie rinnovabili e il rischio incentivi
Nel novero delle energie rinnovabili eolico e fotovoltaico fanno la parte del leone. Eppure c'è una tara che rischia di compromettere la loro espansione: l'incentivo.

«Con gli incentivi stiamo ipotecando e giocandoci il futuro», attacca senza preamboli Alberto Clò, un passato da ministro dell'Industria nel Governo Dini e un presente da professore di Economia industriale all'Università di Bologna e da presidente di Rie. «I prezzi dell'elettricità saranno destinati ad aumentare per la gran massa di incentivi riconosciuti alle rinnovabili: oggi possiamo stimare un intervento che si aggirerà sino ai 100 miliardi di euro».

Che l'incentivo utilizzato malamente sia il principio della rovina trova d'accordo anche Sonia Bonfiglioli, presidente di un'azienda che opera con risultati eccellenti nel business dell'eolico. «L'incentivo deve essere una scintilla per chi se ne agevola e non un fuoco lento di cottura. Rappresenta uno stimolo a nuove idee di ricerca e sviluppo. Se viene percepito e utilizzato come un finanziamento a fondo perduto è del tutto inutile e deleterio».

(Le aree idonee all'installazione a terra degli impianti fotovoltaici in Emilia-Romagna)

L'efficienza energetica conviene
L'86 per cento dell'energia elettrica sfruttata in Italia proviene dall'estero. Di questo 86 per cento, circa il 14 per cento è assorbito dall'industria siderurgica. Un'azienda come Acciaieria di Rubiera, rappresentata al convegno dall'amministratore Claudio Testi, nel 2008 ha consumato 144 milioni di chilowattora, ovvero un 13 per cento buono dei costi industriali sostenuti dall'impresa.

Va da sé che il tema dell'efficienza e del risparmio energetico è particolarmente sentito. «Siamo un'azienda energivora», spiega Testi. «I nostri forni elettrici, nei quali fondiamo rottami di ferro, hanno bisogno di un approvvigionamento energetico continuo e costante. La ricerca che conduciamo in seno all'azienda, ma anche quella che stimoliamo all'esterno, è da tempo impegnata su questo tema».

Sull'efficienza energetica in Italia potrebbero lavorare 400 mila aziende per un numero di occupati pari a 3 milioni di persone. I settori interessati sono i più disparati: trasporti, edilizia e servizi. «Si profila una grande occasione per l'Italia», commenta il presidente della commissione Sviluppo sostenibile di Confindustria Aldo Fumagalli Romario, «un'occasione capace di riunire le migliore teste di questo Paese. Globalizzazione e crisi economico-finanziaria impongono al mondo industriale un assunto assai semplice nella sua formulazione: «Produciamo le stesse cose di prima ma con un dispendio minore di energia».

Nucleare: sarà un ritorno?
Per l'atomo in Italia strada in discesa o in salita? Secondo Alberto Clò ci sono una cinquantina di adempimenti amministrativi e un centinaio di decisori perché si apra il primo cantiere. «Dopo due anni e mezzo dall'inizio del cosiddetto "rinascimento nucleare", di questi passaggi ne sono stati superati tre o al massimo quattro. Il ritorno al nucleare dovrebbe avere un consenso ampio e bipartisan e invece sembra rispondere soltanto a un'esigenza di parte governativa. Qui finisce come per il Ponte di Messina e sarà un'altra occasione persa».

Di segno opposto l'intervento del vicepresidente del Forum nucleare italiano Bruno D'Onghia secondo cui nel 2013 dovrebbero partire i primi cantieri. «Qui è in gioco il destino energetico di una nazione: un Paese che non è padrone dell'energia che consuma non è padrone nemmeno del suo futuro. Oggi le aziende capaci di un processo di riconversione produttiva verso la tecnologia nucleare sono circa 600: non buttiamo a mare questa grande occasione».

Per Federica Guidi, la presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria intervenuta a chiusura del convegno, «il nucleare va bene, a patto però che siano dati agli investitori certezze su tempi e costi di realizzazione. Diciamo subito che il cuore della tecnologia, così come per l'eolico, non è più italiano: da questo punto di vista partiamo dunque svantaggiati e in ritardo». Guarda la gallery

(25 febbraio 2011)
Argomenti: Confindustria