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Pietro Ferrari: «Su Marzaglia solo parole»

Il presidente di Confindustria Modena rilancia il ruolo dello scalo merci per la ripresa economica della nostra provincia

«Nei primi sei mesi del 2009 le quote export del metalmeccanico sono diminuite di un miliardo e trecento milioni di euro. E di qui alla fine dell'anno il dato è destinato a peggiorare: le mancate esportazioni saliranno a due miliardi».

Un momento della tavola rotonda "Cooperazione, lavoro, impresa, sviluppo"Pietro Ferrari, intervenuto alla tavola rotonda "Cooperazione, lavoro, impresa, sviluppo" organizzata da Legacoop, non prende scorciatoie per descrivere la crisi che attanaglia il sistema produttivo modenese. La recessione continua a sferrare colpi: «C'è una metafora che sopra ogni altra prediligo quando mi si domanda a che punto è la crisi: è un po' come se fossimo a Cremona con l'ondata di piena del Po che sta attraversando Torino», spiega il presidente di Confindustria Modena.

«Il dato dell'export, purtroppo, non viene compensato dagli altri settori del manifatturiero», ha detto Ferrari, «il ceramico, per esempio, che pure dimostra segnali di ripresa, perde trecento milioni di euro. L'export a Modena conta 12 miliardi di euro l'anno, a Reggio Emilia 11, e a Bologna circa 12: in ballo c'è il 5 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) del Paese».

Il calo consistente delle esportazioni cozza con le attuali dimensioni delle aziende: «Occorre fare un atto di verità», ha ribadito il presidente di Confindustria Modena, «se gli ordinativi sono calati di circa il 30 per cento, e il mercato stagna, come è possibile continuare a tenere in piedi strutture produttive uguali a prima?». E per far ripartire l'economia modenese va risolto il nodo infrastrutturale: «Lo scalo merci di Marzaglia, a oggi, mi risulta non sia collegato nemmeno alla via Emilia, che vuol dire viabilità ordinaria. Con le promesse la politica continua a riempire le carriole virtuali, ma non quelle che servono sui cantieri».  

E le cooperative? Che cosa è cambiato per loro con la crisi? Per il direttore della Scuola internazionale di dottorato in Relazioni di lavoro della Fondazione Marco Biagi Luigi Golzio la crisi ha messo in discussione la presunta diversità tra impresa cooperativa e impresa capitalistica: «Il divario si sta riducendo. Si presti attenzione ai temi della responsabilità sociale e della partecipazione istituzionale: mi sembra che non ci siano poi così tante differenze. Anche per le cooperative, nondimeno, si fa pressante l'esigenza di aumentare le dimensioni aziendali. Si può diventare più grandi con le fusioni o facendo rete: la seconda strada è più complicata ma offre anche maggiori garanzie di successo».

Carlo Zini, presidente di Ancpl-Legacoop, l’associazione nazionale delle cooperative di produzione lavoro, e Roberto Vezzelli, presidente di Legacoop Modena, hanno rivendicato una maggiore attenzione da parte del governo. «Il nostro sistema di fare impresa è un traino alla crescita del Paese e non certo un inutile fardello. Nel frattempo, però, a Roma sono più impegnati a prendere provvedimenti in favore delle banche che ad aiutare concretamente il mondo dell'impresa». «Le cooperative», hanno concluso i due dirigenti di Legacoop, «sono imprese che hanno i soci come stakeholder fondamentali e non il capitale. Sono imprese a partecipazione democratica che antepongono il valore sociale degli affari, che puntano all'utile d'impresa per investirlo nel capitale cooperativo e integrare il reddito sociale».

(19 ottobre 2009)