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Piero Ostellino
«Italia, che canaglia»

L'editorialista del "Corriere della Sera", a Modena per il suo ultimo saggio, parla di Costituzione, sindacati, economia e informazione. Sempre controcorrente

Iran, Corea del Nord e Italia. Agli Stati canaglia, in senso provocatorio e paradossale, si è aggiunto il nostro Paese. Almeno da quando Piero Ostellino, editorialista del “Corriere della Sera”, ha pubblicato “Lo Stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l’Italia”, libro a metà fra il saggio e il pamphlet per la vena ironico-polemica che scorre dalla prima all’ultima pagina.

Nessun mistero o errore: lo Stato canaglia è anche il Belpaese «in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell’Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria».

L’editorialista del “Corriere della Sera” è venuto a Modena a presentare il suo libro, nell’ambito della rassegna di informazione e cultura “Il Punto” promossa da Confindustria Modena (guarda la sezione gallery del nostro giornale con le foto). In quell’occasione l’abbiamo intervistato.

L’Italia, a suo dire, è il Leviatano di Thomas Hobbes: una concrezione di interessi particolari, di conservatorismi cristallizzati e, in ultima analisi, di una politica sempre più predatrice. Alla base di questo mostro sta un peccato originale, la Costituzione, che lei definisce addirittura «un insieme di astrazioni collettive». La Costituzione va cambiata?

«Dare in mano la riforma della Costituzione a questa classe politica è un rischio. Ciò non toglie che i suoi contenuti oggi sono vecchi. Era il frutto di un compromesso che nel secondo Dopoguerra, aveva una sua giustificazione, ma non certo nel mondo in cui viviamo. I partiti costituenti sono spariti, il comunismo si è volatilizzato ovunque tranne che in Cina dove si è messo a servizio dello sviluppo capitalistico. Insomma la nostra Costituzione riflette un mondo che non c’è più. Andrebbe rifatta soprattutto la prima parte, quella dei diritti soggettivi».

E la Resistenza? Tutta da rivedere?

«Fu un momento alto, ma alla conclusione della guerra pensarono le truppe alleate. Le resistenze furono due: da una parte quella meglio organizzata di matrice comunista, dall’altra quella formata da cattolici, socialisti, azionisti, repubblicani, liberali. La resistenza “rossa” durante e dopo la guerra cercò con tutti i mezzi di instaurare un regime che si ispirasse all’Unione sovietica. Alla fine del conflitto ci fu una guerra civile tra gli aderenti alla democrazia liberale e i comunisti, con moltissime vittime innocenti, anche tra proprietari terrieri e industriali, uccisi per la prospettiva di una rivoluzione comunista. In questo clima i liberali parteciparono poco e malvolentieri ai lavori dell’Assemblea costituente: già immaginavano che non ne sarebbe sortito nulla di buono».

Passiamo all’oggi. Dedica un capitolo intero all’economia dei grossi capitalisti, la cosiddetta "economia del quartierone", e la contrappone al sistema creato dai "furbetti del quartierino", i vari Ricucci, Fiorani, Gnutti e Consorte. Quale delle due fa più danni al libero mercato?

«La prima. L’esempio del mio editore è illuminante. Rizzoli è governato da un patto di sindacato di quindici azionisti nel quale qualcuno detiene percentuali di partecipazione infinitesimali. Fuori dal patto c’è un signore, il secondo azionista, con l’undici per cento. Anche per lui, dopo tanto penare, è imminente l’inserimento all’interno del consiglio d’amministrazione. Ma in passato, per assurdo, se il palazzo di via Solferino avesse preso fuoco lui non l’avrebbe nemmeno saputo. Ecco, questo capitalismo fatto di scatole cinesi, patti di sindacato e circoli chiusi non mi piace».

A proposito di Confindustria e sindacati, lei afferma che va affrontato il nodo rappresentato dall’esistenza e dalla natura stessa di queste due corporazioni e propone il loro scioglimento e la sostituzione con rappresentanze legate al territorio. Ma non esiste già una struttura fatta di confindustrie e sindacati locali?

«Per fortuna le cose stanno cambiando rapidamente: si è capito che i contratti collettivi generalizzano troppo. Le rappresentanze locali dell’una e dell’altro, che pur esistono, non hanno ancora il potere normativo. Dovrebbero, invece, essere in grado di formulare contratti aziendali e non affidarsi al “Leviatano morbido” del potere centrale. Rimango convinto che se smantellassimo le grandi corporazioni e gli ordini professionali sarebbe meglio».

Di giornalismo parla in tutto il libro con toni aspri e polemici. Nonostante il trattamento rude che gli riserva, al “quarto potere” sembra credere ancora molto. È così?

«Assolutamente sì. Ma lo vorrei più colto, maggiormente incline all’analisi. In un Paese in cui il cittadino non riesce ad articolare i suoi interessi, a individuare cioè quali sono le richieste da trasformare in una domanda politica che il potere politico possa soddisfare, il ruolo del giornalismo è fondamentale. Nondimeno se i media non forniscono al cittadino le informazioni necessarie per comprendere quali siano i suoi interessi, il cittadino non pone nemmeno domande, e da cittadino si trasforma in suddito. Facciamo giornali brutti, che portano titoli di notizie già vecchie, del giorno prima. Durante il Ventennio esisteva la Stefani, l’agenzia di stampa unica. Oggi c’è l’Ansa che, nonostante il pluralismo dell'informazione e il vasto numero di agenzie di informazione, gode di una sorta di monopolio: tutti attingono a piene mani dall’Ansa, al punto che il cronista che dovesse confezionare un servizio davvero autonomo e indipendente correrebbe il rischio di sentirsi dire dal caposervizio: “Ma quello che dici non sta scritto da nessuna parte”. A continuar così fra cinque anni siamo morti e sepolti».

Il liberalismo, questo sconosciuto. Utopia o progetto politico per cambiare realmente il nostro Paese?

«Non è utopia, è scritto nel nostro Dna, ognuno cerca la propria felicità a condizione di non impedire ad altri di fare altrettanto. Il liberalismo non è mai arrivato in Italia: si sono messi di mezzo prima il fascismo, poi la sinistra. Gli italiani sono convinti che trasferendo allo Stato dei poteri, si legga quattrini, questi vadano a finire a una sorta di ente benefico che farà il bene collettivo. In realtà questi soldi vanno nelle mani di chi in quel momento governa: questo non lo dicono solo i liberali, lo dicevano anche Marx e Lenin».

(24 aprile 2009)
Argomenti: Cultura