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Protagonista scomodo

Qual è il colmo per un liberale? Forse trovarsi, per passione verso il proprio lavoro, a vivere in un regime totalitario. Ne sa qualcosa il giornalista Piero Ostellino, la cui vita è un'ininterrotta riserva di aneddoti da raccontare.

Lui, liberale fino al midollo (Norberto Bobbio e Alessandro Passerin d’Entrèves gli snodi fondamentali della sua formazione), durante il periodo in cui fu corrispondente da Mosca per il “Corriere della Sera”, era spesso preso per un russo, un “compagno”: «Per una simpatica legge del contrappasso, i tratti somatici mi hanno sempre aiutato nell’involontario camuffamento. Confesso che ho sempre aspirato a essere qualcosa di diametralmente opposto dal buon cittadino sovietico».

Dal 1973 al 1978 la Russia è stata la sua casa. E il rapporto con il potere non fu mai dei migliori: «Me lo raccontarono i colleghi corrispondenti di altre testate, lo stesso Breznev, nel corso di un discorso, una volta mi tacciò di essere un "nemico della patria" in particolare perché, disse, mi ero permesso di parlar male della Costituzione sovietica». Ma dell’ambiente ostile non se n’è mai fatto un cruccio: «Devo dire che, nonostante tutto, il modo in cui ho vissuto e lavorato mi fece guadagnare il rispetto e la stima di tante persone».

Nato a Venezia nel 1935, nelle intenzioni del padre Piero Ostellino avrebbe dovuto studiare ingegneria per entrare alla Fiat. Ma a Torino, invece, scelse di studiare e laurearsi in Scienze politiche e si perfezionò al punto da diventare un esperto di sistemi politici dei Paesi comunisti. Giornalista in una maniera un po’ desueta per l’epoca (alla “bottega redazionale” preferì gli studi accademici) approdò alla carta stampata direttamente da editorialista, e quando il direttore del “Corriere della Sera” Piero Ottone si trovò a scegliere un corrispondente per l’Urss il suo nome fu quasi scontato: «Non ero il migliore né tanto meno il più intelligente, ma quello che sul tema si era meglio sporcato le mani».

Alla pratica delle politica, da buon gentleman liberale (Hume e Smith più incisivi dell’idealismo di Croce), ha sempre preferito la teoria: «Mi hanno cercato un po’ tutti i partiti, ma ho sempre risposto con un secco diniego. Indossare una casacca non mi ha mai entusiasmato, credo nel valore dell’individuo e al suo interno vedo il massimo del privilegio possibile».

(25 aprile 2009)
Argomenti: Cultura