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Influenza messicana
La psicosi aiuta la crisi

Il presidente Pizzagalli: «Il nostro comparto paga un prezzo altissimo a causa di allarmismi ingiustificati»

Ordini in calo del 20 per cento e un misero 1,04 euro al chilo per i suini fino a un quintale e mezzo. Il mercato suinicolo modenese accusa il colpo. L’influenza messicana, per la quale non c’è alcun pericolo provato di contagio da animale a uomo, produce i primi scossoni all’interno delle 180 aziende e dei quasi 5000 addetti che compongono la filiera geminiana.

Insomma quello che si deve assolutamente evitare è creare psicosi, paure immotivate, allarmismi. Assomacellai (l’associazione di macellai affiliata a Confesercenti Modena) e Fiesa (Federazione italiana esercenti alimentari) tengono a rassicurare clienti e consumatori che le carni suine macellate e messe in commercio sono assolutamente sane e di provenienza esclusivamente nazionale. Il sistema dei controlli pubblici a cui periodicamente è sottoposta tutta la filiera, dall’allevamento, passando per la lavorazione, fino alla vendita al dettaglio è tale e accurato da garantire al massimo la sicurezza alimentare dei consumatori.

«La psicosi sta montando nel momento peggiore, quello della crisi. Eppure non c’è filiera che possa vantare la limpidezza e la trasparenza del settore suinicolo», ricorda Agrimpresa. Per fare il punto della situazione e chiarire un po' tutti gli aspetti di un problema che i media hanno ampiamente segnalato, abbiamo voluto sentire Francesco Pizzagalli, presidente dell’Assica, l’associazione nazionale che rappresenta le imprese di macellazione e trasformazione delle carni suine.

Influenza suina, peste suina, pandemia. Sono definizioni corrette quelle circolate in questi giorni?

«I mezzi di informazione avrebbero dovuto trattare l’argomento con meno superficialità, ma così non è stato. Hanno veicolato voci e profezie prive di fondamento. E il nostro comparto rischia di pagare un prezzo altissimo a causa di questi ingiustificati allarmismi. Si dovrebbe parlare di "influenza messicana", localizzare cioè il focolaio di questo virus in un’area precisa, il Messico, e lasciare stare i suini che nulla c’entrano».

In che senso, ci spieghi meglio?

«Mangiare carne suina è sicuro: la malattia si trasmette esclusivamente per via respiratoria e non per via alimentare, così come hanno confermato tutte le più autorevoli autorità sanitarie. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità animale (Oie) poi, nessuna delle informazioni disponibili mette in relazione i casi umani di influenza con alcun caso animale, compreso quello di suini. Pertanto, secondo l’Oie non si deve parlare di influenza suina. Le epidemie di influenza umana sono state sempre denominate a partire dalla loro origine geografica come, ad esempio, nel caso dell’"influenza spagnola" o di quella "asiatica". Le tavole degli italiani sono sicure e non vi è nessun motivo perché i consumatori cambino le proprie abitudini alimentari».

In questa situazione, a quali contraccolpi va incontro il comparto suinicolo?

«L’industria della macellazione, quella che lavora direttamente sulle carni fresche, ha subito a livello nazionale un calo del 20 per cento degli ordini. Le quotazioni di un maiale di 160 chilogrammi in tre giorni sono precipitate a 1,04 euro al chilo. Le prospettive non sono rassicuranti e a soffrirne è tutta la filiera. A Modena, come a Mantova, Reggio Emilia o Bologna ci sono aziende che hanno un forte radicamento sul territorio: le ripercussioni possono farsi sentire in profondità».

Che cosa direbbe al consumatore per rassicurarlo?

«Nel nostro Paese ci sono 5.000 veterinari: tanto per intenderci, in Gran Bretagna, dove gli standard igienico-sanitari non sono neanche paragonabili a quelli messicani, i veterinari che si muovono sul territorio nazionale sono 300. Questo significa che ogni giorno le aziende suinicole italiane possono essere controllate capillarmente. Ecco allora che mangiare una braciola, una cotoletta o una fetta di prosciutto non fa danni alla salute. Il virus A/H1N1 non c’è in Europa e nemmeno in Italia. E, anche se ci fosse, non si diffonderebbe assolutamente attraverso il contatto con la carne di maiale. Questo devono ricordare i consumatori. L'allarmismo è controproducente per tutti».

(30 aprile 2009)