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Giuseppe Catanzaro: «Lo Stato è più forte delle cosche»

Il vicepresidente di Confindustria Sicilia rilancia il ruolo di magistrati e forze dell'ordine nella lotta alla mafia

Giuseppe Catanzaro«Lo Stato è più forte delle cosche. Ma se a Cosa Nostra, negli ultimi vent'anni, sono stati inferti duri colpi è merito soprattutto delle forze dell'ordine e dei magistrati. La politica, colpevolmente, abdica al suo ruolo di portatore di valori positivi». Sono parole che lasciano il segno quelle pronunciate da Giuseppe Catanzaro al convegno del Gruppo Giovani di Confindustria Modena sulle mafie. A quasi un anno dal rivenimento sul muretto dell'azienda di famiglia di una teca di vetro con una croce legata a fili elettrici e batterie, il vicepresidente di Confindustria Sicilia non si arrende alla logica degli estortori e adombra dubbi e perplessità: «Davvero siamo convinti che la criminalità organizzata esista perché invincibile? O qualcuno in tutti questi anni ha lavorato al suo fianco perché vivesse e prosperasse?».

Davide Malagoli, Giuseppe Catanzaro e Pietro FerrariSe per mafia, camorra, 'ndrangheta e sacra corona unita i crimini di natura predatoria e i delitti contro la persona rivestono, specie nei territori d'origine, ancora una grande importanza, nelle nuove colonie d'affari situate al Nord Italia il profitto si deve fare in maniera silente, mimetizzandosi tra i meccanismi dell'economia locale. «Per sopravvivere al fenomeno dell'infiltrazione mafiosa è importante per gli imprenditori non essere soli», spiega il procuratore capo della Procura della Repubblica di Modena Vito Zincani. «A volte l'idea che l'imprenditore faccia da sé può essere un punto di debolezza. Gli ultimi dati in nostro possesso, riferiti al primo semestre del 2008, ci dicono che in Emilia-Romagna le segnalazioni formali per operazioni finanziarie sospette sono state 395. Ma di queste 395 solo 9 sono state confermate nel prosieguo delle indagini».

L'auditorium Giorgio Fini durante il convegnoIn questo scenario gli imprenditori modenesi possono fare la propria parte. «Non abbiamo segnali diretti, ma è chiaro che quando l'economia vive un momento di crisi è più facile che le infezioni abbiano la possibilità di suppurare. Il mondo imprenditoriale modenese, però, ha gli anticorpi giusti per resistere e reagire», affermano all'unisono Pietro Ferrari e Davide Malagoli, rispettivamente presidente di Confindustria Modena e presidente del Gruppo Giovani.

Dal 1982 al 2008 sono stati 8.446 i beni confiscati ai mafiosi, di cui 64 in Emilia-Romagna. «La lotta dello Stato contro la criminalità organizzata si è intensificata», spiega Vicenza Rando, rappresentante nazionale dell'associazione "Libera" . «Aggredendo le loro risorse patrimoniali si è visto che quel monolite di efferatezza e omertà che è rappresentato dalla famiglia mafiosa può essere espugnato».

Il continuo cambiamento di compagine sociale o di denominazione d'esercizio, i passaggi di proprietà sono segnali chiari e inequivocabili della presenza criminale nel tessuto produttivo di un territorio. «È da tempo che il sindacato ha lanciato l'allarme», polemizza il segretario generale della Cgil di Modena Donato Pivanti. «Come può, per esempio, essere passata sotto traccia l'esplosione di 7.000 partite Iva nell'edilizia modenese? Questa impennata di numeri altro non è che uno stratagemma della criminalità organizzata per celare il sistematico ricorso al lavoro nero».

(16 novembre 2009)
Argomenti: Confindustria, Cultura