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Automotive in Italia, green tech o si muore

L'associazione che rappresenta la filiera della componentistica autoveicolare si è ritrovata in Confindustria Modena per ragionare sulle prospettive dell'intero comparto. La tecnologia verde una sicura via di salvezza

Il presidente di Anfia Componenti Mauro Ferrari e Il presidente di Confindustria Modena Pietro FerrariDall'autunno del 2008, dopo sei anni di crescita impetuosa, il mercato mondiale dell'auto ha cominciato a sentire per primo gli effetti della crisi economica. Il trend positivo si è invertito e nello spazio di due anni le immatricolazioni di autoveicoli sono passate dai 62 milioni del 2007 ai 57 milioni del 2009. La produzione ha accusato una battuta d'arresto ancora maggiore: dopo aver raggiunto nel 2007 la quota record di 73 milioni di autoveicoli, è scesa a 61 milioni nel 2009. In un solo anno (2009) nel mondo si sono prodotti quasi 10 milioni di autoveicoli in meno (-13,5 per cento rispetto all'anno precedente).

Questi dati, insieme all'ultimo Osservatorio sulla filiera autoveicolare (lo strumento d'indagine del settore auto realizzato dalla società Step Ricerche per la Camera di commercio di Torino), sono serviti ad Anfia Componenti, l'associazione che rappresenta la filiera della componentistica dell'automobile, a tracciare una visione di prospettiva dell'intero comparto in Italia. Il convegno si è svolto giovedì scorso, presso l'auditorium "Giorgio Fini" di Confindustria Modena.

«La pesante crisi economica degli ultimi due anni ha accelerato i processi di ristrutturazione del settore automotive», ha sottolineato Alessandro Barberis, presidente della Camera di Commercio di Torino. «In questo contesto i nostri componentisti hanno subìto dei significativi cali del fatturato, ma non sono mancate le imprese che hanno saputo "battere la crisi" o "resistervi". Guardando a loro possiamo ipotizzare le strade da percorrere domani: innovazione, brevetti, export a lungo raggio, diversificazione del portafoglio prodotti e investimenti nel green tech».

«Per poter giocare il ruolo di player globali», ha dichiarato Mauro Ferrari, presidente di Anfia Componenti e vicepresidente di Anfia, «le nostre aziende devono puntare su competitività e crescita. Per essere competitive dovranno ridefinire anche il portafoglio clienti, puntando ai mercati emergenti di Brasile, Russia, India e Cina. Ciò sarà possibile con l'apertura della componentistica a nuove forme di aggregazione, come ad esempio le reti di azienda. Al contempo è importante che anche le istituzioni e il sindacato facciano la loro parte, creando un contesto socioeconomico favorevole alla competitività delle imprese».

I dati dell'Osservatorio sulla filiera autoveicolare
L'indagine si basa su interviste a 983 imprese italiane. Il campione è rappresentativo di un universo di circa 2.600 società di capitali, componenti la filiera italiana autoveicolare. La filiera vale nel suo complesso 41,7 miliardi di euro (di cui 37,9 provenienti direttamente dal settore automotive) e impiega 171.000 occupati.

Export
Nel 2009 il fatturato dovuto all'export (che rappresenta più del 42,6 per cento del totale dei ricavi) è diminuito in maniera pressoché analoga al fatturato totale (-15 per cento per il totale). Tuttavia anche nel 2009 il 62,8 per cento del campione (617 intervistati su 983) ha dichiarato di aver venduto prodotti e servizi nei mercati esteri, non solo europei. Anche quest'anno si conferma la tendenza degli imprenditori della filiera ad allungare le reti commerciali estere. Nonostante l'Europa occidentale rimanga un mercato importante (menzionata da 66 dei rispondenti che dichiarano di aver conquistato nuovi mercati negli ultimi tre anni), acquistano sempre più peso le nuove frontiere della produzione automotive: non soltanto l'Europa centrale (34), ma anche i paesi dell'area Nafta (26) e dell'Asia (56).

Dipendenza da Fiat
La dipendenza da Fiat appare in crescita: nella filiera nazionale su 100 euro di ricavi, 44,2 euro (erano 34,2 nel 2008) sono dovuti a commesse nazionali verso il gruppo Fiat, 19 euro a commesse Fiat oltre confine, per un totale di 63,2 euro (erano 47,8 nel 2008). In Piemonte questo valore sale a 78,1. Il dato non stupisce proprio in un anno in cui i marchi del gruppo hanno ottenuto sul mercato europeo performance migliori rispetto ai concorrenti (+6,3 per cento, contro una media continentale che fra il 2008 ed il 2009 è stata pari al -1,6 per cento). È positivo inoltre il fatto che la filiera abbia mostrato capacità di rispondere agli stimoli commerciali e produttivi di uno dei suoi clienti principali.

La ricerca e sviluppo
Le imprese sono riuscite a non sacrificare la spesa in ricerca e sviluppo. Se è vero che l'ammontare assoluto di questa voce è diminuito, questo è avvenuto in misura pressoché equivalente ai ricavi, quando non inferiore: nel 2009 il 2,6 per cento dei proventi è stato destinato ad attività di ricerca e sviluppo (era il 2,4 per cento nel 2008). In quest'ambito è ormai maturo il rapporto fra la filiera e le università e vi sono segnali significativi anche di una maggiore collaborazione fra le imprese.

Le possibili vie d'uscita
Di fronte alle difficoltà congiunturali le imprese non sono state immobili: la maggior parte è intervenuta per ristrutturare e apportare innovazioni al processo produttivo (il 58 per cento del campione), ma non sono mancati il rinnovamento del catalogo aziendale (30 per cento) e neppure la presentazione ai clienti di prodotti innovativi non ancora presenti sul mercato (13,4 per cento).

(12 luglio 2010)
Argomenti: Confindustria