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l'intervista al presidente di rie

Alberto Clô: «Mercato del gas, non sarà una nuova età dell'oro»

«Ai bassi consumi si è contrapposta un’abbondanza di offerta che ha riaperto la divaricazione tra i prezzi del metano sul mercato spot dei grandi hub europei e prezzi previsti nei contratti a lungo termine legati al petrolio»

Alberto Clô

Professor Clô finora le imprese hanno trovato un mercato "ingessato", dove nessun operatore sembra avere stimoli a vendere. Che cosa sta succedendo?
«Il mercato del gas dopo la parziale ripresa nel 2010 ha conosciuto nel 2011 sia in Italia che in Europa una sensibile contrazione dei consumi: quale effetto combinato di un’economia piatta, della penetrazione delle rinnovabili, di condizioni climatiche favorevoli. Nel periodo gennaio-agosto 2011 i consumi di metano in Italia si sono ridotti del 4,7 per cento sul corrispondente periodo 2010 rimanendo inferiori del 9 per cento a quelli dello stesso periodo del 2008. Morale: la crisi del metano è strutturale e non congiunturale come i più continuano a ritenere. La sua prossima "età dell’oro", sbandierata con eccessiva faciloneria, è lontana dal potersi prevedere. Ai bassi consumi si è contrapposta un’abbondanza di offerta che ha riaperto la divaricazione tra i prezzi del metano sul mercato spot dei grandi hub europei – che riflettono il reale rapporto domanda/offerta – e prezzi previsti nei contratti a lungo termine legati al petrolio. In una situazione di surplus d’offerta, il potere negoziale è nelle mani degli acquirenti e non dei venditori. Va da sé che bisogna saperselo giocare con un’approfondita conoscenza del mercato, specie di quello internazionale (dinamica domanda/offerta; prezzi; possibili fornitori); della situazione in cui si trovano i vari venditori in funzione del loro portafoglio contratti (chi è lungo su quelli oil-linked, chi ha buoni contratti spot; chi un mix dei due); dei loro costi medi. Molti venditori sono ostaggi di contratti a lungo termine con costi medi elevati. Non penso non abbiano "stimoli a vendere", anche perché se non vendono sopporteranno la costosissima tagliola delle clausole take-or-pay. La vera domanda cui rispondere è: i contratti a lungo termine – che in tempi di tensione dei mercati (come accadeva sino al 2008) hanno garantito le quantità a prezzi relativamente convenienti – sono ancora nell’interesse del Paese? Pensiamo di poter far conto solo su acquisti sul mercato spot? Se la risposta è negativa, chi paga il costo della sicurezza insito nei contratti a lungo termine?».

Consumi del gas in flessione ma prezzi alle stelle: una contraddizione in termini che, ci sembra di percepire, non risparmierà nemmeno le trattative di fine anno per la fornitura di energia elettrica. Siamo ancora alle prese, banalmente, con un problema di mancata concorrenza?
«Ribadisco: la concorrenza bisogna sapersela giocare. Non vi è dubbio che i venditori di metano siano in posizioni, come dicevo, molto differenziate e quindi non può esservi un’unica proposta e piattaforma contrattuale, indipendentemente dal portafoglio contratti. Altro è il discorso sull’approvvigionamento diretto di gas metano sul mercato estero da parte di grandi consumatori o consorzi. Gli industriali che hanno acquisito diritti di stoccaggio dovrebbero averne beneficiato. Se invece hanno preferito monetizzare tali diritti, cedendoli a grandi operatori, non possono lamentarsi della loro decisione di non giocarsi le opportunità di mercato. Diversi distributori di metano che hanno saputo fare buoni acquisti all’estero stanno conseguendo interessanti margini pur praticando prezzi concorrenziali. Per quanto riguarda i prezzi dell’elettricità osservo che anche in questo mercato vi è un eccesso di potenza elettrica e di potenziale offerta che dovrebbe – se operasse un’effettiva ed efficace concorrenza – spingere verso il basso i prezzi per aumentare il tasso di utilizzo delle centrali che per alcuni grandi operatori arriva a malapena al 35 per cento. Un eccesso che continua ad aumentare per l’esplosione delle rinnovabili. Temo che il costo della bolla elettrica possa sempre più scaricarsi sui consumatori anziché su chi quella bolla ha creato».

Come giudica la politica energetica del nostro Paese degli ultimi 20 anni?
«Impossibile da giudicare non essendovi di fatto mai stata alcuna effettiva ed efficace politica energetica. La rinuncia al nucleare ha di fatto riconvertito il sistema elettrico italiano all’impiego del metano – allora da tutti acclamato – grazie anche ai portentosi e perversi incentivi previsti dal provvedimento Cip 6 del 1992. Nessuno né allora né dopo ebbe da ridire. Quando mi opposi nel 1995, da ministro dell’Industria, all’abuso di questi incentivi fui da tutti attaccato perché "contrario al mercato e alla concorrenza" (sic!) salvo a babbo morto vedere un tiro incrociato contro il Cip 6 proprio quando sta andando a esaurimento e dopo essere costato ai consumatori diverse decine di miliardi di euro. Oggi – esauriti quegli incentivi – si è passati ad una nuova incredibile erogazione di sussidi che peseranno sulle bollette elettriche per 160-170 miliardi di euro (più dell’intera duplice manovra correttiva della finanza pubblica). Parlare di maggior la liberalizzazione del mercato elettrico per favorire la crescita del Paese è prendere in giro la gente: nel momento in cui ogni ipotetico beneficio che ne potrebbe derivare in termini di minori costi e prezzi (cui per altro credo poco) sarebbe niente in confronto agli aumenti dei prezzi che dovremo subire per i sussidi alle rinnovabili che peseranno non solo sulle tasche di famiglie e imprese ma anche sulla nostra bilancia commerciale per l’aumento delle importazioni di impianti e componenti nelle rinnovabili, valutati nel 2010 nell’ordine di 6-8 miliardi di euro».

(06 ottobre 2011)
Argomenti: Terziario